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Carnello cArte ad Arte - Premio di Incisione
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Carnello - Il ponte sul fiume Fibreno
Il fiume Fibreno, noto anche come il "fiume di Cicerone", sorge dalle acque cristalline dell’omonimo lago, nella Riserva naturale lago di Posta Fibreno.
Mercatino di artigianato e gastronomia del territorio
Prima domenica di dicembre - artigianato e gastronomia
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La guerra a casa nostra: i racconti della gente

 

 

Il racconto di Ennio Facchini

 

di Anna Conte

 

 

Ragazzetto di 16-17 anni, troppo giovane per l’arruolamento, si ritrova a convivere con i tedeschi che dal fronte di Cassino si erano insediati a Carnello, in vari posti del circondario.

Ricorda con più incisività quelli che erano di stanza in via Madonna della Stella.

Avevano requisito di forza le case di molti abitanti costretti a vivere, quando andava bene, in cantine e rimesse (altrimenti erano costretti a trovare ricovero altrove ed andare “sfollati” verso le colline circostanti) perché i tedeschi abitavano, di norma, i piani alti per poter controllare facilmente la zona e gli arrivi.

Le case occupate erano usate per scopi diversi secondo le loro necessità: in alcune si rifocillavano, in altre avevano attrezzato la medicheria, in altre tenevano le derrate, in altre le divise, in altre ancora avevano il loro quartier generale per il ricambio dei soldati al fronte di Cassino.

Nel palazzo Castiglia c’era lo smistamento postale, mentre nel palazzo Venditti era di stanza fissa il dott. Hermann Dannemayer di Innsbruk che faceva il medico non solo per i suoi soldati ma anche per la popolazione civile di Carnello.

Il ponte raramente veniva attraversato dagli abitanti della riva destra; l’atavico livore era esacerbato dalla politica del tempo che riteneva gli abitanti di Carnello di Sora “collaborazionisti” e gli altri, al di là del ponte, “partigiani” ovvero ostili ai tedeschi.

Il “collaborazionismo” in realtà consisteva nell’instaurare una convivenza pacifica, con i soldati tedeschi, che permettesse qualche possibilità in più di sopravvivenza e di sostentamento in tempi in cui la miseria e la fame regnavano sovrane.

Il giovane Ennio, senza più casa, ridotto a vivere con la sua famiglia di giorno nella cantina di “Olinda” e di notte nel seminterrato, perché il piano di sopra era occupato, cerca di fare amicizia con gli ufficiali di stanza e di rendersi utile.

Si presta a qualsiasi lavoretto pur di racimolare qualcosa da mangiare per sé e per la sua famiglia. Pulire gli stivali al Capitano significava mangiare!!!

Un risotto dolce al latte, che poi magari vomitava, o il pane (brot) o le patate (kartoffel) si racimolavano sempre nel corso della giornata; un filone di pane guadagnato a fine giornata serviva a sfamare l’intera famiglia… Si cercava qualsiasi espediente per quietare il morso della fame, anche il baratto: 3 uova potevano essere equivalenti ad un filone di pane di circa un chilo.

Così pian piano Ennio si guadagna la fiducia dei tedeschi, viene trattato con rispetto, con educazione e con generosità e fa del suo meglio per rendersi utile visto che passa la giornata con loro; fa lo sguattero che mette a posto le brande, l’infermiere insieme al medico, il lustrascarpe per l’Ufficiale più vanitoso…

Ricorda un particolare. I tedeschi per i quali lavorava avevano una casina–orologio austriaca che oltre alle ore segnava il tempo: bello se usciva la donna, brutto se usciva l’uomo. Una volta un soldato sperando nel cattivo tempo per rallentare il ritorno al fronte, alla comparsa della donna sparò un colpo in aria che terrorizzò Ennio e la sua famiglia che dormivano al piano di sotto.

Si era assuefatto a questo tipo di vita che durò circa due anni, fino all’armistizio e al conseguente arrivo degli alleati.

I tedeschi batterono in ritirata e lasciarono Carnello alla chetichella; fecero passare l’ultimo carrarmato e poi bombardarono il ponte.

In breve tempo arrivarono gli americani e gli altri alleati: australiani, neozelandesi, francesi (per lo più coloni marocchini e algerini) polacchi e inglesi.

Ricostruirono il ponte, e si insediarono a Carnello ma non occuparono case. Venivano dal fronte di Cassino e si sistemarono in tende; vi rimasero per poco più di una settimana ma in quel lasso di tempo sfamarono molte persone.

I più generosi erano i neozelandesi.

“Alla loro partenza ci dissero di seguirli verso Arce perché ci avrebbero dato delle vettovaglie , ma i nostri mezzi di trasporto non erano molto efficienti.

Li seguimmo infatti con biciclette senza copertoni, al posto di essi avevamo sistemato dei tubi di gomma – racconta Ennio - e al nostro arrivo si erano spostati; abbiamo trovato gli inglesi ma con loro non c’era da stare molto allegri; invece di darci del pane preferivano bruciarlo con la benzina”.

Cocente fu il ritorno a mani vuote e dura la constatazione di essere così poco considerati; ma la guerra è guerra e non c’è posto ,quasi mai, per i sentimenti altrui! Finita la guerra e sgomberato il paese dai soldati, i cittadini ripresero possesso delle proprie abitazioni. Tornarono gli sfollati, ma la devastazione era grande e la fame più nera che mai.

Molti emigrarono in cerca di luoghi più fruttuosi, altri accettarono lavori precari e misere paghe pur di sfamarsi alla meglio e riacquistare un po’ di fiducia nel futuro.

La guerra aveva lasciato dietro di sé un deserto arido e impervio che solo verso gli anni ’60 poté dirsi superato.

Ennio intanto ha accettato un posto da precario alle Poste senza contratto, senza contributi e con una paga miserrima.

La sua posizione sarà regolarizzata molto più tardi, ricorda con una vena di malinconia che lo intristisce e lo commuove ancora dopo tanti anni…

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La guerra a casa nostra: i racconti della gente

 

Il racconto di Eugenio Parelli

 

di Anna Conte

 

 

Eugenio è figlio di Antonio, invalido della Grande Guerra, ferito mentre era di pattuglia esplorativa per spiare le mosse del nemico. Poiché doveva confondersi con il paesaggio innevato non poteva indossare pantaloni e giubba; doveva muoversi, strisciando sulla neve, con indosso i mutandoni di lana lunghi e la maglia intima di colore bianco.

Il piccolo Eugenio, assieme al fratello Loreto di poco più grande, seguiva i consigli e le scelte del padre che di guerra aveva esperienza… Era solo un bimbo di 5/6 anni quando il fronte della 2° guerra mondiale si riversa anche sulle nostre zone.

I suoi ricordi di bambino, vividi ma frammentari, ci fanno rivivere alcuni momenti che nella loro crudezza avevano un certo fascino che mitigava la paura a favore dello stupore, della fantasia e della superstizione di fronte all’intensità degli eventi.

Ad esempio, nonostante il papà avesse scavato un “ricovero” in cui rifugiarsi durante i bombardamenti, continuavano tutti a dormire fuori come sacrificio per scongiurare il crollo della Chiesa.

Ricorda, con immagini chiare, la gente che correva a trovare riparo verso le colline boscose, terrorizzata dalla paura della rappresaglia per aver ucciso un tedesco, coinvolgendo anche la sua famiglia in questa fuga da morte certa se i tedeschi non fossero stati impegnati altrove in azioni militari di più grande livello.

Ricorda, con la stessa incisività, quando uno dei due tedeschi che erano passati a razziare bestiame e viveri, ruppero una giara in cui il suo papà aveva nascosto la sugna, la rubarono e la misero in un sacco.

Lui e il fratello osservavano intimoriti la scena, ma ad un tratto egli divenne ardito e si avvicinò piangendo a tentare un disperato e pericoloso recupero del bottino terrorizzando lo stesso fratello. Ma il gesto del bimbo impietosì il tedesco che aprì il sacco, tagliò metà sugna con il suo pugnale e gliela restituì. Increduli e soddisfatti corsero dalla madre che sbiancò di fronte al grave pericolo corso dai due figlioli.

Un altro episodio affiora alla mente di Eugenio. Due tedeschi passati a razziare un po’ di viveri, furono distratti da un somarello sardo che, avendo subodorato il pericolo, cominciò a far uno strano carosello. Ciò divertì molto i due militari che scimmiottarono per un po’ attorno al somarello e passarono oltre ignorando i due attoniti bambini.

Il suo papà aveva scavato nottetempo un ricovero grande in cui poter nascondere anche la mucca che rappresentava il miglior sostentamento della famiglia, alla quale non mancava comunque di che sfamarsi grazie all’accortezza e all’ingegno del padre. Ma un brutto giorno, mentre conducevano la mucca al ricovero, furono spiati, dalla collina di Costecalde, dai tedeschi, complice un italiano disonesto che veniva da “Minghitto”.

Questo, di giorno, passava insieme ad altri, camuffati da sfollati in cerca di asilo, perlustrava le zone e individuava le bestie; poi con l’ausilio dei cannocchiali aiutava i tedeschi a localizzarle.

Una notte, quasi all’alba, i razziatori tedeschi arrivarono. Costrinsero con i fucili spianati gli abitanti della zona a condurre le loro bestie in fila indiana al mattatoio, e poi ad andarsene con un calcio nel sedere, affranti per la perdita e la beffa, ringraziando comunque il Signore di avere salva la vita.

Persa la mucca, il papà non si perse di coraggio e informò la famiglia che non era il caso di disperarsi. Avevano ancora il somarello e del grano ben nascosto; passando attraverso il fitto bosco avrebbero raggiunto il mulino di S. Martino e avuto la farina per un bel po’: poi Dio avrebbe provveduto… Ma non fu così.

La notte successiva le bombe infuriarono su tutta la zona. La famiglia passò tutto il tempo nel ricovero. Ma quando i bombardamenti cessarono le persone che, in cerca di spazi più sicuri, salirono da S.Martino avvisarono che era saltato il ponte sul Fibreno ed il mulino era distrutto.

Addio farina… e le bocche da sfamare aumentavano!!! Gli sfollati da S. Martino erano rimasti in zona e davano una mano a scavare ricoveri, l’occupazione più frequente per nascondere le poche cose che erano riusciti a salvare.

Soldi non ce n’erano e chi aveva un macinino in casa se lo teneva stretto o lo offriva a prezzi altissimi…

Ma Antonio era tenace e mise in moto il cervello per trovare una soluzione. Individuò una grossa pietra che a sera inoltrata fece rotolare fino a casa. Sapeva fare un po’ di tutto, anche lo spaccapietre e lo scalpellino! Durante la notte con un colpo di maglio tagliò la pietra in due pezzi esatti ; con la pazienza che gli era congeniale e la determinazione che il bisogno aveva rafforzato, scavò i due pezzi del masso, vi inserì un congegno a manovella e ne ricavò un efficiente piccolo mulino. Toccava ai due bambini macinare il grano e ricavarne la tanto preziosa farina.

“Mettevamo il macinino su una vecchia tovaglia perché non si doveva sprecare nulla. Era stancante ma divertente - racconta Eugenio – e giravamo la mola un po’ a ciascuno per non stancarci troppo, uno di qua e uno di là.

Papà e mamma erano contenti e le sagne erano squisite ora che avevano racimolato anche un po’ di sale che veniva barattato con le uova!

Con la farina più grezza (praticamente con la crusca) mamma faceva il pane: era così buono che sembrava zucchero!

Verso la fine del conflitto il sale divenne la cosa più rara e più preziosa del tempo.

Un soldato inglese, cattivo rispetto agli altri alleati che intanto erano sopraggiunti, prese dalle mie mani le uova ma non mi diede il sale. Io piangevo e rivolevo le uova ma lui mi scansava beffardo. Arrivò un suo superiore che lo prese a calci nel sedere e ci diede il sale.. tra lo sconcerto di mia madre che, assistendo impotente alla scena, aveva temuto più serie conseguenze.

Poi c’erano i contrabbandieri che erano anche peggio; una volta in cambio di un chilo di sale volevano un prosciutto intero. Mio padre non volle, cominciò il prosciutto e scoprì che un pezzetto alla volta nel sugo serviva da insaporitore e da alimento!”.

La guerra, come tutti i momenti di difficoltà, aguzza l’ingegno!?!

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La guerra a casa nostra: i racconti della gente

 

Il racconto di Romualdo Viscogliosi

 

di Paolo Mastroianni

 

 

Romualdo Viscogliosi, classe 1928, appena adolescente, ha lavorato come ragazzo factotum per le truppe tedesche che si erano insediate a Carnello nel 1941. Il quartier generale si trovava nella casa di “N’culin gl’ t’nent” (al secolo Nicola Tomaselli) proprio sopra la bottega, sotto abitava Romualdo, che all’epoca era un ragazzotto di appena tredici anni.

Naturalmente non ci volle molto per fare amicizia con gli allora alleati tedeschi, e cominciare a fare piccoli lavori per loro conto.

Per esempio fu mandato insieme ad altri ragazzi a fare legna da ardere per riscaldare i tedeschi e smontarono una palizzata di legno che era posta in localita “Formette” a delimitazione del canale che passa in quella zona, per ricavare il legno. Fu impiegato anche per caricare, in quel di Sora, la breccia che serviva per i lavori di manutenzione del manto stradale, che allora naturalmente non era asfaltato. Inoltre aiutava nelle cucine che erano state allestite a “Ciccione”, dove c’erano le baracche dal terremoto del 1915, per far mangiare il migliaio di soldati tedeschi che soggiornava nel nostro paese. Aveva un tesserino che attestava il suo status di lavoratore per le truppe tedesche e per tutti questi lavori riceveva una piccola paga e dieci sigarette al giorno, lui naturalmente metteva tutto nelle mani del padre. Altre cucine erano situate vicino allo stabilimento di “Caschera Mobili”, dove oggi sorge un palazzo di recente costruzione. In quelle cucine portavano spesso i cavalli dal fronte, azzoppati o uccisi, e li macellavano, distribuendo poi la carne. Il padre di Romualdo portava poi questa carne ricevuta, al Collecarino dove c’erano “sfollate” la moglie e quattro figlie femmine. Molte famiglie, specie quelle che avevano figlie femmine, avevano deciso di sfollare da Carnello e stabilirsi nei dintorni, perché le loro figlie, specie se avvenenti, non cadessero preda di attenzioni troppo “ravvicinate”, da parte dei soldati tedeschi, e in ossequio al proverbio “occhio non vede cuore non duole” avevano deciso di cambiare aria in attesa di tempi migliori. Romualdo Viscogliosi a 15 anni

Romualdo ricorda bene quando ci fu il rastrellamento di tutti gli uomini abili al lavoro, da portare al fronte, vale a dire a Cassino per eseguire lavori di fortificazione delle difese e di trasporto armi e munizioni. Ormai non eravamo più alleati e i tedeschi ci trattavano alla stregua di prigionieri. In quel rastrellamento venne fermato insieme al padre, più o meno all’altezza dell’odierno Bar “Cin Cin”. Lui fu rilasciato perché aveva il famoso tesserino e ormai dopo più di tre anni i tedeschi lo conoscevano bene. Cercò di intercedere per il padre, ma non ci fu nulla da fare, vennero tutti portati a lavorare al fronte. Per fortuna, dopo qualche tempo, il padre riuscì a fuggire e per vie traverse a tornare a casa. Con la fine della guerra, Romualdo fu mandato a lavorare nel lanificio D’Ambrosio ad Isola del Liri e l’unico rimpianto che mi ha confessato è stato quello di non aver potuto continuare a studiare. All’inizio della guerra frequentava il secondo avviamento, ma una volta terminato il conflitto bellico aveva perso quattro anni di scuola, troppi, a giudizio della famiglia, ormai aveva quasi diciassette anni, non era più tempo di libri, ma di lavorare per portare a casa uno stipendio.

Siamo riconoscenti a Romualdo che oggi conta ottantasei primavere, per averci raccontato la storia di quest’adolescente di settant’anni fa che dovette crescere in fretta per via della guerra, portando pantaloni troppo larghi e una giacca che lo rendeva ancor più magro di quanto non fosse, e che lavorò per tre anni per le truppe tedesche facendo piccoli lavori che gli consentirono di provvedere a se ed aiutare la propria famiglia, quella stessa famiglia che tra figli, nipoti e pronipoti, oggi lo circonda d’affetto .

 

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La guerra a casa nostra: i racconti della gente

 

Il racconto di Benedetto Polsinelli

 

di Anna Conte

 

 

Il racconto di Benedetto si colloca nello spazio temporale di poco meno di un anno: da quando il fronte si è spostato a Cassino fino alla liberazione. Egli abitava a Costecalde, nella parte alta della riva sinistra del Fibreno, al di là del ponte. La sua famiglia di contadini benestanti offre asilo, in quel periodo terribile, a molti sfollati provenienti dalle zone più disparate; ricorda che ce n’erano una cinquantina.

A “Ciaffon(e)”, di fronte al bivio per Venditti, i tedeschi avevano una base di azione contraerea, per difendersi dagli aerei avversari. Un aereo, per evitare lo scontro con un caccia tedesco, liberò grossi oggetti volanti che non erano bombe, ma che cadevano ovunque. La cosa terrorizzò molti ma non lo zio “Minco” che andò a controllare cosa fosse caduto dal cielo e verificò che erano fusti pieni di carburante.

La zona di Costecalde, ospitando tanti sfollati, divenne ben presto una comunità all’interno della quale si costituì un gruppo organizzato: i “partigiani” al comando di un isolano, in contrapposizione ai “collaborazionisti” della riva destra. Erano piuttosto convinti ma, di fatto, non ebbero molte opportunità di mostrare il proprio valore e le loro qualità partigiane. Erano sfollati o disertori, anche del posto, e ad infervorarli magari era soltanto l’autosuggestione e l’istinto di sopravvivenza e di autodifesa.

Possedevano un po’ di armi: alcuni il proprio fucile da caccia, altri si procuravano armi trafugandole fortunosamente ai tedeschi, né mancava qualche “collaborazionista” complice…

Si racconta che un giovane (…) di Carnello di Sora era riuscito a procurare un moschetto nascondendolo dentro il tubo di una stufa. Durante la notte lo portò a Costecalde e lo consegnò al capo del gruppo.

Il moschetto finì malauguratamente in mano ad un giovane facinoroso che ammazzò un soldato tedesco, costringendo tutta la zona ad un fuggi-fuggi generale per paura della rappresaglia.

Il racconto di Benedetto verte principalmente sul fenomeno dello sfollamento avendo vissuto da vicino l’evento. Ricorda che venivano per lo più da Broccostella, Alvito, Atina, Villalatina, Picinisco: i paesi più esposti ai pericoli del fronte vicino. Si riversavano in località più isolate e ritenute perciò più sicure, ma venivano anche da Sora e da Isola Liri in cui erano insediate le basi tedesche di collegamento con il fronte.

Giunse sulla collina anche mezza famiglia di Portici, una madre con due figli uno dei quali, dell’età di Benedetto, divenne poi il suo compagno di giochi e di avventure. L’altra metà, con il padre e due figli più grandi, si era diretta altrove per scongiurare l’eventualità di morire tutti insieme ed estinguere così l’intera famiglia.

La casa di “Peppino Quatt’scut”, il papà di Benedetto, divenne un vero e proprio centro di accoglienza e di beneficenza.

“Mio padre abbandonò perfino la sua camera da letto per offrire riparo all’intera famiglia Mancini di Isola Liri. Per sé e la famiglia sua improvvisò un camino ed attrezzò un “mini – appartamento” nel frantoio che, se pure più freddo e più scomodo della casa, offriva comunque a tutti noi una solida protezione. Il racconto di Benedetto continua.

La cosa più bella di questo periodo, al di là delle bombe e della paura che tutti noi avevamo dentro e che ci teneva sempre all’erta , era l’armonia che si era creata, la disponibilità degli abitanti della zona nei confronti dei profughi e lo spirito di collaborazione che univa gli uni agli altri. Tra abitanti e sfollati si era creata una sorta di comunità spaventata, ma gioiosa e fraterna. Oltre a dividerci il poco che c’era, ci dividevamo il lavoro, il sentirsi partigiani in una sorta di autodifesa e anche i momenti di svago e di ricreazione.

Mio fratello Mario, Vittorio Taglione ed altri giovani avevano creato il “Circolo delle pulci”. Era un gruppo di giovani che allietavano tutto il vicinato con balli e suoni. Bastavano un violino, un contrabasso, una fisarmonica, un organetto a tenerci uniti e ad esorcizzare le bombe.

La famiglia venuta da Portici si era insediata a “Triotta” ma erano così poveri che non potevano neanche mangiare. Papà ne venne a conoscenza e tramite noi ragazzi mandava loro un po’ di viveri: un po’ di pane, un cartoccio con un po’ di carne quando si uccideva qualche pecora, un po’ di farina… Pian piano entrarono a far parte della comunità e i suoi figli, Ciro e Giulio, magri come stecchini per la fame, si industriavano a trovare qualcosa da mettere sotto i denti.

Un giorno scoprii Ciro a scavare le patate nel nostro campo ed a mangiarle crude. Riferii l’accaduto a mio padre ma presi un solenne rimprovero.

-Quante mai ne potrà mangiare? - mi disse e mi invitò a far finta di niente ed a considerare come poteva essere grave la sua fame se le mangiava crude. Io mi vergognai un po’ e offrii a Ciro e a Giulio la patata cotta.

Lui e il fratello si sentirono accolti e diventammo amici. Ormai anche loro vivevano con noi e pian piano venne, con l’intento di aiutare mia madre, anche la loro mamma che non finiva più di gioire vedendo rifiorire i due bambini.
- Chi fa bene bene riceve - era il motto di mio padre, che allora non sapeva ancora quanto ciò rispondesse al vero” .

Finì la guerra, la famiglia di Portici si riunì ma non dimenticò mai il bene ricevuto dalla famiglia Polsinelli. Venivano ogni anno a trovare Peppino e quando seppero che il giovane Mario si era diplomato a pieni voti al liceo classico di Arpino e che avrebbe voluto frequentare la facoltà di agraria, si offrirono di ospitarlo a Portici per ricambiare i favori ricevuti.

Mario si è laureato a Portici rimanendo loro ospite per tutto il corso degli studi universitari ed essi, che pure accettavano di buon grado le ricompense con cui i Polsinelli cercavano di sdebitarsi, non hanno mai voluto una lira.

 

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La guerra a casa nostra: i racconti della gente

 

Il racconto di Bettina

di Anna Conte

ricerche storiche di Veronica e Luciano Muscedere

 

 

Erano gli anni ’40, i più spaventosi del ’900, con la seconda guerra mondiale in corso.

Bettina era una ragazza di appena 15 anni.

Nata e cresciuta in un casale di Vuotti in cui i genitori erano a colonìa.

In quegli anni era la sola di una numerosa famiglia ad occuparsi della casa.

I suoi fratelli non erano scampati alle brame della guerra ed erano partiti per il fronte senza certezza di ritorno. Il destino ignoto li attendeva crudele nella sua drammatica diversità: Antonio infatti fu tenuto prigioniero per ben 7 anni e Giuseppe invece, un mese dopo la fine della guerra fu costretto a tornare a piedi dalla Sicilia.

Quando giunse a casa fu Bettina la prima a vederlo, mentre lavorava nei campi una mattina come le altre. Lungi dall’immaginare che quell’uomo così mal ridotto fosse suo fratello, corse ad avvisare il padre che un “cencioso” cioè uno straccione si avvicinava alla casa.

Man mano però che l’uomo si avvicinava, quel volto, logorato dallo sforzo del lungo peregrinare e dagli anni trascorsi in trincea, diveniva sempre più familiare… finché Bettina non lo riconobbe. Non riuscì a trattenere la gioia e urlò:”Ma è Peppino!!!”Tutti corsero allora ad abbracciarlo per fargli ritrovare il calore familiare tra le inevitabili lacrime di amarezza e di gioia insieme.

Bettina allo scoppio della guerra era rimasta a coltivare i campi nei quali passava gran parte del suo tempo. Fu proprio su quel campo che avvenne un importante incontro: Attilio, un suo coetaneo, le si avvicinò mentre era intenta alle sue quotidiane attività. Lei alquanto stupita gli chiese: “Cerchi papà?” e lui “No voglio te, mi voglio fidanzare con te.” “Ora non posso, sono troppo triste perché i miei fratelli sono in guerra. Mi fidanzerò a guerra finita!”

A 18 anni Bettina fu chiamata a lavorare a Ceccano.

Era il 1943, la fase più aspra delle guerra soprattutto per il nostro paese dilaniato da un regime in decadenza che non voleva arrendersi al suo destino. Quella fabbrica di Ceccano, in località Faìto, composta da diversi capannoni in cui lavoravano 150 operai, costruiva bombe e proiettili per il fronte su commissione dello Stato. Lei aveva il compito di riempire le bombe a mano con polvere e gelatina fino a posizionare la spoletta di chiusura.

Nonostante non avesse mai lavorato in fabbrica divenne tanto brava da avere un premio di produzione di 5 centesimi mensili, oltre i 16 centesimi giornalieri che percepiva per 12 ore lavorative pro die.

Bettina partiva alle 3 di notte con “la corriera” che impiegava tre ore per giungere a destinazione. In realtà si trattava di un camion militare con un cassone, al cui interno erano sistemate 2 panchine per i passeggeri, coperto da un telone che veniva calato per ripararsi dalle intemperie e dal vento gelido dell’inverno.

Poiché si partiva a notte fonda le ragazze cercavano di fare gruppo; a Vuotti si aspettava chi scendeva da Campostinelli e da Cucù, poi si aggiungeva al gruppo una ragazza di Quaglieri Vecchio, poi tutte si radunavano a Mingone dove c’era la fermata.

All’inizio non fu facile per Bettina. Era una ragazza molto bella e con i suoi occhioni verdi attirava l’attenzione di molti ragazzi che le rivolgevano sguardi provocatori e complimenti talvolta sfacciati che la mettevano a disagio specialmente nell’angusto spazio del camion. Ciò a causa della sua timidezza e della sua ingenuità di ragazza con un’educazione morigerata, giovanissima ed un po’ sprovveduta e quindi incapace di ignorare con disinvoltura le avances che le venivano rivolte.

Era molto frustrata per questo e si sarebbe licenziata se il titolare non le avesse fatto capire che era come un militare e che non poteva abbandonare il lavoro se non per un breve periodo di riposo che gentilmente le concesse.

Dopo solo tre giorni dovette spiegare ai carabinieri, che la vennero a cercare a casa, le sue ragioni. Essi furono abbastanza comprensivi e le minacce di carcerazione che le avevano fatto, appena giunti, caddero. Dovette però riprendere il lavoro l’indomani stesso imparando pian piano a fare buon viso a cattivo gioco a qualche apprezzamento di troppo.

Il lavoro in quella fabbrica era molto pericoloso e bisognava fare molta attenzione, ma un incidente accadde ugualmente. Scoppiò un capannone e morirono dilaniate tre persone ed il caporeparto. Lei per fortuna era a 100 metri di distanza; vide solo le fiamme alte e fu allontanata in malo modo, mentre cercava di recuperare la borsa, dalle guardie militari che circondarono il posto.

La fabbrica fu chiusa nel 1945 quando vennero gli inglesi e la guerra finì.

Il 25 aprile alle 10.00 la radio annunciò la fine del conflitto che aveva fatto tanti danni e alle 14.00 dello stesso giorno si presentò Attilio, puntuale, a chiedere la sua mano.

Innamorato come prima non aveva dimenticato che a guerra finita si sarebbero fidanzati…!

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Si sposarono e sono ancora insieme a farsi affettuosamente compagnia.