La guerra a casa nostra: i racconti della gente

 

Il racconto di un soldato

 

di Martina Pagnanelli

 

 

Di seguito la testimonianza di Silvio Tomaselli, soldato del Regio Esercito e carabiniere durante la guerra, nato ad Arpino (località Campostinelli) il 21 luglio 1921 e morto ad Isola del Liri (località Magnene) il 17 maggio 2014.

“Sono partito per arruolarmi il 22 gennaio 1941. Raggiunsi a piedi la stazione di Frosinone, dove io ed i miei compagni fummo stipati nel vagone di un treno destinato al trasporto di bestiame. Raggiungemmo Trieste dopo quasi due giorni di viaggio, dopo aver sofferto un freddo fino ad allora mai conosciuto. Fummo quindi accompagnati in un silos adibito a caserma, ripuliti e sistemati. A causa del freddo spaventoso che avevo subito durante il viaggio mi ammalai di bronchite, e chiesi di essere visitato dal Capitano medico, ma questi mi accusò di essere un soldato “lavativo”, e piuttosto che curarmi mi diede l’olio di ricino.

Dopo due mesi fummo inviati ad occupare militarmente la Jugoslavia, e vi rimanemmo per 15 mesi, senza poter mai tornare a casa. Fu un periodo davvero duro. Ho sofferto il freddo e la fame. Eravamo affiancati dalle “Camicie nere”, che erano molto meglio equipaggiate di noi soldati dell’Esercito: i loro pasti erano più abbondanti e le loro uniformi erano migliori delle nostre. Noi invece avevamo le “pezze” ai piedi, ed il nostro rancio era misero e di cattiva qualità. Di notte spesso uscivo a scavare il terreno alla ricerca di qualche radice da poter mangiare. Il terreno era duro e ghiacciato, così mi aiutavo con la baionetta. Ma una notte il terreno era così ghiacciato che la baionetta mi si spezzò, e questo incidente mi procurò non pochi problemi con i miei superiori.

Tornato a Roma feci domanda per entrare nell’Arma dei Carabinieri, e seguii un corso accelerato come Carabiniere ausiliario. Il corso però durò solo tre mesi, perché proprio in quel periodo a Roma iniziarono i bombardamenti. Io facevo servizio presso la Caserma “Podgora”, nel rione Trastevere.

Il giorno in cui gli alleati bombardarono il quartiere San Lorenzo io mi trovavo in una stazione ferroviaria non lontana dal luogo del disastro. Ci fu un boato e un forte spostamento d’aria e riuscii a salvarmi rifugiandomi sotto un vagone.

Quando, il 25 luglio 1943, cadde il regime fascista e fu proclamato il Governo Badoglio, noi carabinieri eravamo in servizio lungo le strade di Roma per controllare le vendite in strada e per evitare atti di sciacallaggio. Roma era una città martoriata. Il periodo peggiore iniziò però con la firma dell’armistizio. In quel momento in cui la guerra avrebbe dovuto fermarsi, in realtà continuò con più ferocia. Fu un momento di caos totale. Il Re era fuggito, l’esercito era stato abbandonato a se stesso senza alcun coordinamento. Roma era stata dichiarata “città aperta”, ma nonostante questo i tedeschi, che ormai da alleati erano diventati nemici, continuavano ad occuparla e a massacrare civili e militari, e gli americani, di conseguenza, continuavano a bombardare. A volte la sera uscivo con i miei compagni per andare a mangiare un boccone in alcuni locali sotterranei, piccoli ed economici. Ricordo che la carne costava pochissimi soldi, e questa cosa mi pareva davvero strana, poiché animali in giro non ce n’erano più. Non si vedevano più neppure cani o gatti… figuriamoci animali da allevamento! In ogni caso una sera ordinai una bistecca. Rimasi molto perplesso, perché non riuscivo proprio a capire di che carne si trattasse: non era carne di pecora, non era carne di maiale, né tantomeno carne di manzo…. Era talmente dura che nonostante la fame non riuscii a mangiarla. Poco tempo dopo si venne a sapere che alcuni furgoni “Motoguzzi” che venivano usati per gli spostamenti da una parte all’altra di Roma, a volte (soprattutto quando i passeggeri erano stranieri o comunque non residenti a Roma) piuttosto che recarsi alla destinazione richiesta si erano recati in questi locali sotterranei e i loro passeggeri erano stati uccisi e “macellati” per la ristorazione locale…

Per qualche mese, terrorizzato, tornai a casa, e pregai i miei genitori di non far sapere in giro del mio rientro, per paura di essere segnalato come disertore. Nel giugno del ’44 però, quando ormai l’esercito e gli altri corpi dello Stato cominciavano a riorganizzarsi, furono affissi dei manifesti in cui si diceva che dovevamo riprendere il servizio. Quindi mi ripresentai spontaneamente, e fui inviato a Cittareale, in provincia di Rieti, e successivamente a Lucca. Nel frattempo l’Italia fu liberata dai tedeschi, ed in occasione della visita del generale britannico Montgomery, che aveva diretto gli Alleati contro i tedeschi in Nord Africa, fui inviato a Milano, dove fu organizzata un’importante manifestazione, nella quale sfilarono i partigiani in festa. Fu per noi un duro lavoro di pattugliamento e di sorveglianza.

Successivamente, ormai a guerra finita, fui mandato a fare servizio a Civitavecchia. In quel periodo spesso mi capitava di sorvegliare i detenuti nel tragitto fino alla Sardegna. Una volta ci eravamo imbarcati per trasportare alcuni detenuti nel carcere di massima sicurezza dell’Asinara. Viaggiavamo di notte. Il mio compagno dormiva profondamente, mentre io ero sveglio perché soffrivo d’insonnia. E per fortuna mi accorsi che i detenuti stavano cercando di liberarsi e di scappare. E così svegliai il mio compagno ed insieme riuscimmo a ristabilire l’ordine.

Nel 1949 fui invece inviato in Africa a fare servizio d’ordine quando l’ONU assegnò la Somalia all’amministrazione fiduciaria italiana.

Scendemmo dalla nave a circa 300 metri dalla costa, camminando in mezzo all’acqua. La temperatura raggiungeva i 50 gradi. Ma eravamo ben pagati: il nostro stipendio era pari a tre volte quello in Italia, oltre alla trasferta. Ed eravamo trattati bene, avevamo pasti abbondanti con i quali sfamavamo anche i cittadini somali. A volte io ed i miei compagni mangiavamo interi caschi di banane. Al ritorno ci fu chiesto se volevamo viaggiare con la nave o con l’aereo. Io scelsi la nave. Ricordo questo viaggio come se fosse stata una crociera. Durò 40 giorni e fu bellissimo: attraversammo il Mar Rosso e ricordo ancora la vista del Monte Sinai.

E così sono tornato definitivamente in Italia, nell’epoca in cui si rialzava la testa, si ricostruiva e si guardava al futuro con grande entusiasmo.”

 

P.S.: Silvio Tomaselli, testimonianza raccolta nel mese di marzo 2014

 

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