La guerra a casa nostra: i racconti della gente

 

Il racconto di Maria Pia Burdiat

 

di Anna Conte

 

 

La famiglia di Pia Burdiat non fece in tempo a prendere coscienza del funerale della nonna, che i tedeschi arrivarono a prendere possesso della loro casa.

“Noi dovemmo scappare subito , portandoci dietro pochi vestiti, qualche coperta e un po’ di viveri. – ci racconta Pia – Mi sembra di rivedere la scena anche a distanza di tanti anni.

Ci rifugiammo a Volpe in casa di Pasquale Polsinelli (glie Castàll) che conoscevamo bene perché veniva a lavorare il nostro terreno.

Ci accolse a braccia aperte e ci assegnò una stanza in cui dormivamo tutti e cinque. Io ero la più piccola, avevo appena cinque anni, e rimasi sconcertata da questo cambiamento ma si stava tutti insieme e poteva anche rivelarsi una bella avventura. Presto feci amicizia con i figli di Pasquale e con altri ragazzini che abitavano nella contrada: i figli di Giulietta e i figli di Assunta “glie Usciér” che abitavano verso La Ria dove mamma andava a lavare i panni.

Talvolta con papà tornavo a casa mia e un giorno mi vide un soldato tedesco che mi prese subito in simpatia. Si affezionò a me sempre di più perché ero uguale alla figlioletta che aveva lasciato al suo paese e che non vedeva da molto tempo a causa della guerra”.

La guerra è proprio una brutta cosa se allontana dalla famiglia le persone e le rende, do colpo, nemiche di altre persone che non conoscono, da cui non hanno ricevuto alcun male e che soffrono e gioiscono come loro!

Questo signore, di nome Alfred, di cui Pia conserva le foto e bei ricordi, doveva soffrire molto per questo; affezionarsi alla bambina e pian piano a tutta la famiglia gli doveva sembrare una buona espiazione, o forse era di famiglia benestante e tutta quella miseria lo inteneriva… chissà!?!

“Non ricordo che ruolo avesse questo signore nell’esercito tedesco ma di certo si poteva prendere qualche libertà – dice ancora Pia -

Ci veniva a trovare anche a Volpe e ogni volta ci portava qualcosa: qualche manciata di riso , un filone di pane, qualche indumento e, sempre, qualcosa per me.

Una volta mi regalò una bamboletta , un’altra volta un braccialino, spesso qualche dolcetto.

Una volta andò in licenza. Noi non lo vedevamo più e pensavamo che fosse morto al fronte; ma poi si ripresentò contento di rivederci e con un nuovo braccialetto per me”.

Pia ricorda però anche il terrore degli aerei, le corse per stare al coperto, in casa o dentro il ricovero, la paura di stare da sola…

Franco, il fratellino di poco più grande, stava sempre vicino alla mamma e la seguiva dovunque nonostante lei preferisse che stesse al riparo; diventava però l’accompagnatore di Pia appena la vedeva allontanarsi da sola.

I due bambini erano soli quel giorno e andavano a “Cic-cic” un po’ più lontano da Volpe. Ad un tratto un aereo arriva e sgancia grossi fusti. I due bambini terrorizzati si nascondono istintivamente dietro il tronco di una grande quercia e Franco afflitto sentenzia: “Stavolta siamo fregati!”

Ma non fu così l’aereo si allontanò e loro corsero a casa nascondendosi a tratti sotto i cespugli per non essere bersagli visibili di altri aerei che potevano sopraggiungere. A casa ovviamente li aspettavano i rimproveri di tutti, per essersi allontanati tanto, misti alla gioia e al sollievo di riabbracciarli sani e salvi! Orma,i come in tutte le comunità di sfollati, si era diventati una famiglia allargata che si scambiava favori e pane (rosso o di ghiande, come capitava) ma anche paure ed emozioni.

Una sola persona non familiarizzava con gli altri, una certa “Tetélla”.

Veniva ad infornare il pane al forno di Pasquale; ripassava col canestro pieno di profumate pagnotte di pane bianco ma non si impietosiva di fronte a nessuno.

“Mai una volta che avesse dato una fetta di quel pane a noi creature; forse non avendo figli non capiva i desideri dei bambini…, tutti gli altri invece rispettavano un tacito patto: - Prima si pensa alle creature e poi ai grandi.-

Quando la guerra finì i tedeschi sgomberarono casa lasciandoci anche qualcosa. Prima di rientrare ci attardammo a radunare le nostre povere cose; non eravamo ancora arrivati quando fummo avvisati che già la nostra casa era stata visitata da alcuni sciacalli di Carnello stesso.

A casa, infatti, trovammo un macello: non solo avevano portato via il poco che era rimasto delle scorte militari ma avevano messo a soqquadro l’intera casa. Avevano trafugato buona parte della biancheria e molte delle cose che i miei genitori avevano conservato in un remoto stanzino e che i tedeschi avevano fatto finta di non vedere.

Mio padre, a cui, durante l’occupazione, i tedeschi avevano permesso l’ accesso alla casa, non riuscì mai ad accettare questo atto vandalico attuato dai suoi stessi concittadini”A volte i nemici peggiori li abbiamo in casa nostra…!!!

Il tedesco Alfred, invece, non aveva dimenticato gli amici. Qualche anno dopo lo vedemmo arrivare in moto, con la moglie.

Avevano attraversato mezza Europa per venire a salutare la famiglia Burdiat!

 

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