La guerra a casa nostra: i racconti della gente

 

Il racconto di Pia D'Orazio

 

di Anna Conte

 

 

Il calvario comincia nel 1943 quando la nostra zona diventa teatro di guerra.

I tedeschi impegnati contro le forze alleate nel cassinate si insediano a Carnello e vi restano fino al termine della guerra.

“Era l’inizio della primavera del ’43 –mi dice Pia con lo sguardo perso dietro i ricordi. - Alle sei di mattina si sente all’improvviso un gran baccano. Cii affacciamo impauriti e scopriamo che erano arrivati i tedeschi; avevano già occupato il nostro terreno e stavano prendendo la paglia, dalla “meta” che aveva fatto papà, per fare la lettiera ai loro muli che poi alloggiarono nella nostra stalla dietro casa. Il locale sopra la stalla fu adibito, invece, a stanza di detenzione per i prigionieri russi.

La cosa più immediata fu scappare verso Venditti a casa di nonna Restituta, la mamma di papà Augusto, di zio Vincenzino e di zio Domenico che era al fronte”.

Augusto scendeva tutte le mattine a lavorare il terreno e Pia, a mezzogiorno, andava da Venditti a Carnello a portargli il pranzo (sagne o minestra quando c’erano).

Pia racconta ancora: “Passavo per le viuzze sterrate di Venditti e quando arrivavo a Carnello la strada mi sembrava larghissima.

Si tornava poi su a nonna perché il posto era più sicuro e perché, durante i bombardamenti, si aveva facile accesso ai ricoveri , scavati dalle persone del luogo.

Spesso cadevano dal cielo grosse bombe di ferro. Alcune scoppiavano e lasciavano schegge che piovevano da tutte le parti.

Proprio a causa di queste morirono due persone entrambe colpite da schegge fuori della porta: un giovane di 14 anni (lo zio di Antonio Fiorelli) e il padre di Tullia, Ninfa e Dantino.

Ricorda anche la paura degli aerei, le corse verso i ricoveri, i tedeschi che venivano da “Ciaffon(e)” (dove avevano una postazione antiaerea) per governare le loro bestie allocate nelle stalle di Venditti .

“Una volta un mulo scappò e si avviò, quasi a cercare compagnia e protezione, verso il ricovero dove eravamo rifugiati noi.

A Carnello invece portavano i cadaveri dei loro caduti e dentro la casa di Mimmina avevano allestito una specie di camera ardente.

Pia ricorda anche il rosario recitato nei ricoveri o nelle case meno esposte. Si riunivano tutti: famiglie del posto e sfollati, che durante la giornata avevano condiviso paura, affetto e gioia per ogni pericolo di morte scampato e tutti insieme ringraziavano il Signore di essere ancora vivi.

Mentre la famiglia era sfollata a Venditti, a Carnello si cercava di salvare il salvabile. Scavare non era facile nel paese, bisognava trovare altre soluzioni!

In via Madonna dalla Stella c’era una grossa arcata. Lo zio di Pia, Antonio, riuscì ad erigere un muro a metà di quell’arcata ed a nascondervi dietro la macchina per cucire, la biancheria e un po’ di viveri.

Per confondere il rumore del martello Pia fu mandata sul balcone a battere le bucce vuote dei fagioli secchi per l’intero tempo lavorativo.

A fine lavoro le bucce erano diventate polvere e il muro era stato eretto senza che i tedeschi se ne fossero accorti…

Poi arrivarono gli americani. Dalle loro camionette, gioiosi per la vittoria lanciavano i biscotti alle persone.

I tedeschi furono costretti alla ritirata ma, prima d’andar via, bruciarono tutto quanto era in loro possesso

Pia ricorda le cataste di pastrani a cui, fuori della sua attuale casa, dettero fuoco in una sorta di macabra pira.

Poi tornarono a casa i familiari che erano stati al fronte e che ebbero la fortuna di avere salva la vita.

Tornò anche lo zio Domenico, ma ci volle tanto per riconoscerlo: pesava 35 chili.

Le fatiche, la paura e le privazioni della guerra lo avevano annientato!!!

 

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