La guerra a casa nostra: i racconti della gente

 

Il racconto di Benedetto Polsinelli

 

di Anna Conte

 

 

Il racconto di Benedetto si colloca nello spazio temporale di poco meno di un anno: da quando il fronte si è spostato a Cassino fino alla liberazione. Egli abitava a Costecalde, nella parte alta della riva sinistra del Fibreno, al di là del ponte. La sua famiglia di contadini benestanti offre asilo, in quel periodo terribile, a molti sfollati provenienti dalle zone più disparate; ricorda che ce n’erano una cinquantina.

A “Ciaffon(e)”, di fronte al bivio per Venditti, i tedeschi avevano una base di azione contraerea, per difendersi dagli aerei avversari. Un aereo, per evitare lo scontro con un caccia tedesco, liberò grossi oggetti volanti che non erano bombe, ma che cadevano ovunque. La cosa terrorizzò molti ma non lo zio “Minco” che andò a controllare cosa fosse caduto dal cielo e verificò che erano fusti pieni di carburante.

La zona di Costecalde, ospitando tanti sfollati, divenne ben presto una comunità all’interno della quale si costituì un gruppo organizzato: i “partigiani” al comando di un isolano, in contrapposizione ai “collaborazionisti” della riva destra. Erano piuttosto convinti ma, di fatto, non ebbero molte opportunità di mostrare il proprio valore e le loro qualità partigiane. Erano sfollati o disertori, anche del posto, e ad infervorarli magari era soltanto l’autosuggestione e l’istinto di sopravvivenza e di autodifesa.

Possedevano un po’ di armi: alcuni il proprio fucile da caccia, altri si procuravano armi trafugandole fortunosamente ai tedeschi, né mancava qualche “collaborazionista” complice…

Si racconta che un giovane (…) di Carnello di Sora era riuscito a procurare un moschetto nascondendolo dentro il tubo di una stufa. Durante la notte lo portò a Costecalde e lo consegnò al capo del gruppo.

Il moschetto finì malauguratamente in mano ad un giovane facinoroso che ammazzò un soldato tedesco, costringendo tutta la zona ad un fuggi-fuggi generale per paura della rappresaglia.

Il racconto di Benedetto verte principalmente sul fenomeno dello sfollamento avendo vissuto da vicino l’evento. Ricorda che venivano per lo più da Broccostella, Alvito, Atina, Villalatina, Picinisco: i paesi più esposti ai pericoli del fronte vicino. Si riversavano in località più isolate e ritenute perciò più sicure, ma venivano anche da Sora e da Isola Liri in cui erano insediate le basi tedesche di collegamento con il fronte.

Giunse sulla collina anche mezza famiglia di Portici, una madre con due figli uno dei quali, dell’età di Benedetto, divenne poi il suo compagno di giochi e di avventure. L’altra metà, con il padre e due figli più grandi, si era diretta altrove per scongiurare l’eventualità di morire tutti insieme ed estinguere così l’intera famiglia.

La casa di “Peppino Quatt’scut”, il papà di Benedetto, divenne un vero e proprio centro di accoglienza e di beneficenza.

“Mio padre abbandonò perfino la sua camera da letto per offrire riparo all’intera famiglia Mancini di Isola Liri. Per sé e la famiglia sua improvvisò un camino ed attrezzò un “mini – appartamento” nel frantoio che, se pure più freddo e più scomodo della casa, offriva comunque a tutti noi una solida protezione. Il racconto di Benedetto continua.

La cosa più bella di questo periodo, al di là delle bombe e della paura che tutti noi avevamo dentro e che ci teneva sempre all’erta , era l’armonia che si era creata, la disponibilità degli abitanti della zona nei confronti dei profughi e lo spirito di collaborazione che univa gli uni agli altri. Tra abitanti e sfollati si era creata una sorta di comunità spaventata, ma gioiosa e fraterna. Oltre a dividerci il poco che c’era, ci dividevamo il lavoro, il sentirsi partigiani in una sorta di autodifesa e anche i momenti di svago e di ricreazione.

Mio fratello Mario, Vittorio Taglione ed altri giovani avevano creato il “Circolo delle pulci”. Era un gruppo di giovani che allietavano tutto il vicinato con balli e suoni. Bastavano un violino, un contrabasso, una fisarmonica, un organetto a tenerci uniti e ad esorcizzare le bombe.

La famiglia venuta da Portici si era insediata a “Triotta” ma erano così poveri che non potevano neanche mangiare. Papà ne venne a conoscenza e tramite noi ragazzi mandava loro un po’ di viveri: un po’ di pane, un cartoccio con un po’ di carne quando si uccideva qualche pecora, un po’ di farina… Pian piano entrarono a far parte della comunità e i suoi figli, Ciro e Giulio, magri come stecchini per la fame, si industriavano a trovare qualcosa da mettere sotto i denti.

Un giorno scoprii Ciro a scavare le patate nel nostro campo ed a mangiarle crude. Riferii l’accaduto a mio padre ma presi un solenne rimprovero.

-Quante mai ne potrà mangiare? - mi disse e mi invitò a far finta di niente ed a considerare come poteva essere grave la sua fame se le mangiava crude. Io mi vergognai un po’ e offrii a Ciro e a Giulio la patata cotta.

Lui e il fratello si sentirono accolti e diventammo amici. Ormai anche loro vivevano con noi e pian piano venne, con l’intento di aiutare mia madre, anche la loro mamma che non finiva più di gioire vedendo rifiorire i due bambini.
- Chi fa bene bene riceve - era il motto di mio padre, che allora non sapeva ancora quanto ciò rispondesse al vero” .

Finì la guerra, la famiglia di Portici si riunì ma non dimenticò mai il bene ricevuto dalla famiglia Polsinelli. Venivano ogni anno a trovare Peppino e quando seppero che il giovane Mario si era diplomato a pieni voti al liceo classico di Arpino e che avrebbe voluto frequentare la facoltà di agraria, si offrirono di ospitarlo a Portici per ricambiare i favori ricevuti.

Mario si è laureato a Portici rimanendo loro ospite per tutto il corso degli studi universitari ed essi, che pure accettavano di buon grado le ricompense con cui i Polsinelli cercavano di sdebitarsi, non hanno mai voluto una lira.

 

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