La guerra a casa nostra: i racconti della gente

 

Il racconto di Bettina

di Anna Conte

ricerche storiche di Veronica e Luciano Muscedere

 

 

Erano gli anni ’40, i più spaventosi del ’900, con la seconda guerra mondiale in corso.

Bettina era una ragazza di appena 15 anni.

Nata e cresciuta in un casale di Vuotti in cui i genitori erano a colonìa.

In quegli anni era la sola di una numerosa famiglia ad occuparsi della casa.

I suoi fratelli non erano scampati alle brame della guerra ed erano partiti per il fronte senza certezza di ritorno. Il destino ignoto li attendeva crudele nella sua drammatica diversità: Antonio infatti fu tenuto prigioniero per ben 7 anni e Giuseppe invece, un mese dopo la fine della guerra fu costretto a tornare a piedi dalla Sicilia.

Quando giunse a casa fu Bettina la prima a vederlo, mentre lavorava nei campi una mattina come le altre. Lungi dall’immaginare che quell’uomo così mal ridotto fosse suo fratello, corse ad avvisare il padre che un “cencioso” cioè uno straccione si avvicinava alla casa.

Man mano però che l’uomo si avvicinava, quel volto, logorato dallo sforzo del lungo peregrinare e dagli anni trascorsi in trincea, diveniva sempre più familiare… finché Bettina non lo riconobbe. Non riuscì a trattenere la gioia e urlò:”Ma è Peppino!!!”Tutti corsero allora ad abbracciarlo per fargli ritrovare il calore familiare tra le inevitabili lacrime di amarezza e di gioia insieme.

Bettina allo scoppio della guerra era rimasta a coltivare i campi nei quali passava gran parte del suo tempo. Fu proprio su quel campo che avvenne un importante incontro: Attilio, un suo coetaneo, le si avvicinò mentre era intenta alle sue quotidiane attività. Lei alquanto stupita gli chiese: “Cerchi papà?” e lui “No voglio te, mi voglio fidanzare con te.” “Ora non posso, sono troppo triste perché i miei fratelli sono in guerra. Mi fidanzerò a guerra finita!”

A 18 anni Bettina fu chiamata a lavorare a Ceccano.

Era il 1943, la fase più aspra delle guerra soprattutto per il nostro paese dilaniato da un regime in decadenza che non voleva arrendersi al suo destino. Quella fabbrica di Ceccano, in località Faìto, composta da diversi capannoni in cui lavoravano 150 operai, costruiva bombe e proiettili per il fronte su commissione dello Stato. Lei aveva il compito di riempire le bombe a mano con polvere e gelatina fino a posizionare la spoletta di chiusura.

Nonostante non avesse mai lavorato in fabbrica divenne tanto brava da avere un premio di produzione di 5 centesimi mensili, oltre i 16 centesimi giornalieri che percepiva per 12 ore lavorative pro die.

Bettina partiva alle 3 di notte con “la corriera” che impiegava tre ore per giungere a destinazione. In realtà si trattava di un camion militare con un cassone, al cui interno erano sistemate 2 panchine per i passeggeri, coperto da un telone che veniva calato per ripararsi dalle intemperie e dal vento gelido dell’inverno.

Poiché si partiva a notte fonda le ragazze cercavano di fare gruppo; a Vuotti si aspettava chi scendeva da Campostinelli e da Cucù, poi si aggiungeva al gruppo una ragazza di Quaglieri Vecchio, poi tutte si radunavano a Mingone dove c’era la fermata.

All’inizio non fu facile per Bettina. Era una ragazza molto bella e con i suoi occhioni verdi attirava l’attenzione di molti ragazzi che le rivolgevano sguardi provocatori e complimenti talvolta sfacciati che la mettevano a disagio specialmente nell’angusto spazio del camion. Ciò a causa della sua timidezza e della sua ingenuità di ragazza con un’educazione morigerata, giovanissima ed un po’ sprovveduta e quindi incapace di ignorare con disinvoltura le avances che le venivano rivolte.

Era molto frustrata per questo e si sarebbe licenziata se il titolare non le avesse fatto capire che era come un militare e che non poteva abbandonare il lavoro se non per un breve periodo di riposo che gentilmente le concesse.

Dopo solo tre giorni dovette spiegare ai carabinieri, che la vennero a cercare a casa, le sue ragioni. Essi furono abbastanza comprensivi e le minacce di carcerazione che le avevano fatto, appena giunti, caddero. Dovette però riprendere il lavoro l’indomani stesso imparando pian piano a fare buon viso a cattivo gioco a qualche apprezzamento di troppo.

Il lavoro in quella fabbrica era molto pericoloso e bisognava fare molta attenzione, ma un incidente accadde ugualmente. Scoppiò un capannone e morirono dilaniate tre persone ed il caporeparto. Lei per fortuna era a 100 metri di distanza; vide solo le fiamme alte e fu allontanata in malo modo, mentre cercava di recuperare la borsa, dalle guardie militari che circondarono il posto.

La fabbrica fu chiusa nel 1945 quando vennero gli inglesi e la guerra finì.

Il 25 aprile alle 10.00 la radio annunciò la fine del conflitto che aveva fatto tanti danni e alle 14.00 dello stesso giorno si presentò Attilio, puntuale, a chiedere la sua mano.

Innamorato come prima non aveva dimenticato che a guerra finita si sarebbero fidanzati…!

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Si sposarono e sono ancora insieme a farsi affettuosamente compagnia.