E il naufragar m'è dolce in questo mare

 

festa mamma 2019 (008)

 Questa riflessione parte da una rete gettata nel mare, che, tirata a riva, raccoglie “ogni genere di pesci” (cfr Mt 13,44). Immagino la mente come questa sottile maglia che addensa, riunisce, concentra il frutto delle nostre sensazioni, intuizioni, percezioni, storie. Una facoltà, quella intellettiva, che, come in fondo tutto di noi umani, ha del miracoloso. Mi viene alla mente Il Pensatore, la celeberrima statua di Auguste Rodin, bronzo che presenta al nostro sguardo questa “redenzione” dall’agitazione, dal contatto sempre più convulso e meno coinvolgente con la realtà, fonte e stimolo delle nostre considerazioni. Le idee sono un po’ il carburante con cui il motore umano percorre il tempo, dando ritmo alle vicende e partecipando alla ricerca di senso dell’esistenza. Ogni giorno tessiamo alleanze, che poi dismettiamo al primo alito di vento contrario: mi riferisco al mondo delle opinioni. Che profondità hanno le nostre convinzioni? Quanto abbiamo cercato, scavato, studiato, ascoltato, prima di poter presentare una nostra idea? A volte è più semplice raccogliere opinioni qua e là: ce le possiamo “scambiare” come i doppioni delle figurine. Il risultato di questo mercatino dell’usato è lo stallo della creatività, della ricerca, della giustizia e della felicità. Cosa c’entrano giustizia e felicità, direte. L’uomo raggiunge la felicità solo quando scopre il senso profondo del proprio vivere, solo quando si è finalmente liberato della paura della solitudine e del vuoto di senso che troppo spesso, come un buco nero, risucchiano l’essere autentico di ciascuno di noi. E in questo deserto dei Tartari, la giustizia si eclissa dietro a voci evanescenti, che mai si presenteranno in carne ed ossa, sviando così il viaggio verso sirene che addomesticano le coscienze e rendono appetibili comportamenti che non solo non hanno nulla di corretto ma fanno letteralmente naufragare ogni tentativo di liberarsi dall’abbraccio nefasto del qualunquismo etico e morale, prima che sociale. L’antidoto? Affrontare coraggiosamente ed onestamente il cammino che uno sguardo appena un po’ più attento scorge “oltre la siepe” dei nostri sbadigli, delle nostre polverose soste vivenziali al margine della strada. Eliminiamo la tiepidezza dal nostro bagaglio di viandanti e mettiamoci alla sequela delle nostre più profonde aspirazioni. Questa è la via dell’uomo, la via che ci restituisce vitalità ed entusiasmo. Lasciamo la pigrizia a chi torneremo poi a raccogliere, una volta raggiunta la meta, come novelli Jonathan Livingston, gabbiani che hanno a cuore il destino del prossimo oltre che il proprio. Imparare a volare è il nostro contributo all’esistenza, per poter guardare la terra dal Cielo: “Non dar retta ai tuoi occhi e non credere a quello che vedi. Gli occhi vedono solo ciò che è limitato. Guarda col tuo intelletto, e scopri quello che conosci già, allora imparerai come si vola.” (da Il gabbiano Jonathan Livingston, Richard Bach).

 

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