Che Gestore hai?

 

 

Questa è la domanda ineluttabile, preambolo al rito comunicativo. Scambio di numeri, link, password wifi; l’etere s’infiamma di bit che carambolano verso i quattro punti cardinali, alla ricerca della porta che li introduca nella memoria di un chip amico... Ormai le corse le facciamo seduti in poltrona, col riverbero del display che ci illumina il viso, in cui sguardi aquilini stanno snidando l’ultima invitante promozione che ci otterrà cinque milioni di sms gratuiti, e un famigerato T9 che, autonomo come un bimbo prodigio, risponderà a tutti i messaggi, rendendoti, non potendo essere onnipotente, almeno onnipresente in rete, e oltre! Lo stress? Ci viene dagli slalom che compiamo nel cercare sconti e occasioni in tutti gli angoli, su tutti gli scaffali, dentro tutte le ceste a novantanove centesimi, sforzandoci di scovare nel nostro cervello l’ennesimo bisogno da soddisfare. E questa tendenza ad inseguire lo sconto ci resta appiccicata addosso, ahimé, anche quando si tratta della educazione dei nostri figli. Sempre più spesso cerchiamo di accomodare le loro esistenze, tenendoli lontani anche dalle più banali incombenze e fatiche quotidiane, diventando i gestori del loro spazio e del loro tempo. Come “operatori ecologici del benessere” ci preoccupiamo che i ragazzi non si affatichino: alleggeriamo le loro schiene dagli zaini della scuola, ci alziamo da tavola per servirli ai pasti, li giustifichiamo se non hanno fatto i compiti (passando in media 7 ore al giorno attaccati al cellulare), li accompagniamo in macchina dall’amico che dista settecento metri da casa, cuciniamo sempre quello che li aggrada (eliminando anche la “fatica” di scoprire nuovi e più salutari gusti), li difendiamo da tutto e da tutti, poco importa se a torto o a ragione, liberandoli dal peso delle proprie responsabilità... Il risultato di questa operazione di scellerato “salvataggio dagli urti della vita” sono ragazzi che non si reggono in piedi, avvoltolati su se stessi, che frignano perché non vogliono farsi interrogare e si prostituiscono per una ricarica telefonica. Ma la vita non fa sconti.
A quarant’anni dalla sua uscita, il film di Ermanno Olmi “L’albero degli zoccoli” scalpita ancora come un giovane puledro alla sbarra. Con quanta insistenza nel film si parla del ‘galantòm’, facendoci scoprire da dove veniamo e chi siamo realmente. Forse è ora di sedersi ad ascoltare, senza paura del silenzio, il nostro vissuto, andando a raccogliere le perle preziose che sono state seminate lungo la strada percorsa. È il momento di cercare nel groviglio dei pensieri, il bandolo della matassa, facendo spazio alla verità, che è una, e che ci renderà liberi dalle paure e dalla tentazione di scegliere quello che costa meno. Riconquistando questa libertà sapremo essere guide oneste per i nostri figli, guide che non insegnano a scansare lavoro e fatica, ma ad affrontarle, forgiando le loro volontà affinché siano le colonne dell’edificio del domani migliore che si possa sognare.

“In un mondo di fuggitivi, chi corre nella direzione opposta sembra scappare” Thomas Stearns Eliot

Per vedere le foto, click sul link di seguito.